Il manifesto americano pro crescita per evitare un’euroderiva
“Dobbiamo prendere decisioni responsabili oggi, per evitare che i nostri figli debbano compiere scelte dolorose domani”. Quello illustrato lunedì al Club economico di Chicago da Paul Ryan, presidente repubblicano della commissione Bilancio del Congresso, è innanzitutto un piano per evitare che la crisi economica negli Stati Uniti viva un finale all’europea, tra stagnazione e rischio default. Dallo stesso palco su cui dal 1927 a oggi si sono succeduti ogni anno futuri presidenti degli Stati Uniti, grandi imprenditori e autorevoli economisti, il deputato del Wisconsin – trasformatosi in trascinatore dei repubblicani nella battaglia sui tagli al budget federale – ha praticamente dettato un manifesto. Pro rigore, ma soprattutto pro crescita.

“Dobbiamo prendere decisioni responsabili oggi, per evitare che i nostri figli debbano compiere scelte dolorose domani”. Quello illustrato lunedì al Club economico di Chicago da Paul Ryan, presidente repubblicano della commissione Bilancio del Congresso, è innanzitutto un piano per evitare che la crisi economica negli Stati Uniti viva un finale all’europea, tra stagnazione e rischio default. Dallo stesso palco su cui dal 1927 a oggi si sono succeduti ogni anno futuri presidenti degli Stati Uniti, grandi imprenditori e autorevoli economisti, il deputato del Wisconsin – trasformatosi in trascinatore dei repubblicani nella battaglia sui tagli al budget federale – ha praticamente dettato un manifesto. Pro rigore, ma soprattutto pro crescita. Non a caso Ryan ha esordito denunciando la debolezza della ripresa americana rispetto agli standard storici del paese: “Nonostante tutte le chiacchiere sulla ripresa – ha detto – l’economia procede al di sotto delle sue potenzialità. Il tasso di crescita, nell’ultimo trimestre, è stato pari soltanto all’1,8 per cento. Non stiamo nemmeno creando abbastanza posti di lavoro per dare un impiego a chi oggi si affaccia per la prima volta sul mercato del lavoro, lasciamo perdere poi i 6 milioni di lavoratori che hanno perso il loro posto durante la recessione”. E mentre il presidente Barack Obama sta per volgere la sua attenzione alla situazione mediorientale, i dati pubblicati ieri sulla produzione industriale (rimasta invariata in aprile contro le attese di un aumento dello 0,3 per cento, con un tasso di utilizzo degli impianti calato dello 0,1 per cento al 76,9 per cento) e sui nuovi cantieri edilizi avviati (meno numerosi del previsto), hanno rilanciato a Washington il dibattito sullo stato di salute dell’economia nazionale, e amplificato allo stesso tempo le parole di Ryan.
Il congressman del Wisconsin, che ieri ha smentito le voci che lo volevano tra poco candidato per il Senato, descrive una situazione allarmante, anche per via della “traiettoria insostenibile della spesa governativa che sta accelerando l’avvicinamento del paese a una crisi debitoria disastrosa”. Troppa retorica? Al contrario, molti tra gli analisti più quotati considerano ragionevoli le proposte avanzate nelle scorse settimane da Ryan, mentre non funziona più il tentativo di fare la caricatura del presunto “rappresentante estremista degli estremisti Tea Party”. Ennesima prova di ciò, secondo gli osservatori, sarebbe venuta proprio dal discorso al Club economico di Chicago: “La crisi è nata dopo decenni di incubazione – ha spiegato Ryan – le amministrazioni repubblicane, inclusa l’ultima in ordine di tempo, hanno fallito nel controllare la spesa. Le amministrazioni democratiche, compresa quella attuale, non sono state oneste in merito al peso del fardello fiscale che era richiesto per finanziare la loro visione espansiva del governo”. Critiche bipartisan, prima di arrivare al nocciolo della diagnosi: “Molto è dovuto semplicemente al fatto che i costi per la sanità stanno crescendo più rapidamente di quanto non stia crescendo l’economia. Le entrate, semplicemente, non riescono a stare al passo delle spese”.
A questo punto però emerge tutta la distanza che separa l’impostazione dei repubblicani da quella prevalente nel nostro continente e che secondo Ryan contagia anche l’Amministrazione democratica americana: “Il dibattito è degenerato, fino a un livello allarmante, in un gioco aritmetico per espertoni, con molti a Washington – incluso il presidente – che chiedono di scambiare effimere riduzioni della spesa con aumenti delle tasse significativi e permanenti”. Risultato: “Stiamo discutendo in realtà su chi colpire e su come gestire al meglio il declino del nostro paese. Entrando in un dibattito che accetta tasse sempre più alte e servizi sanitari burocraticamente regolamentati. E’ quella che chiamo mentalità della ‘scarsità condivisa’. L’ingrediente mancante – secondo il congressman del Wisconsin – è la crescita economica”. Ma non è soltanto questione di ricette economiche: quella della “scarsità condivisa” rappresenta “una visione profondamente pessimistica per il futuro del nostro paese, una visione in base alla quale tutti paghiamo di più per avere di meno”. Non solo: “Se soccombiamo alla convinzione in base alla quale i nostri problemi sono più grandi di noi, se lasciamo più controllo sull’economia alla nostra classe di governo, allora stiamo scegliendo la ‘scarsità condivisa’ invece di una prosperità da rinnovare, un declino programmato invece della crescita economica. E’ questa la vera guerra di classe che ci mette in pericolo, quella che porta alla formazione di una classe, ovvero di un’élite al governo che sceglie vincenti e perdenti, determinando così i nostri destini”.
Secondo il manifesto-appello di Ryan, che ieri Paul Krugman sul sito internet del New York Times ha bollato come esempio di “voodoo economics”, una strategia pro crescita si dovrà fondare su quattro ingredienti. “Primo, dobbiamo smettere di spendere i soldi che non abbiamo, e questo in definitiva significa riportare sotto controllo i costi della sanità”. Nasce da qui la proposta di rimpiazzare l’attuale programma Medicare, quello che garantisce l’assicurazione sanitaria per i cittadini che hanno più di 65 anni, con un sistema in cui il governo finanzia i più anziani con dei voucher, lasciando poi a loro la scelta dell’assicuratore al quale rivolgersi. “Secondo, dobbiamo restaurare un po’ di buon senso nell’ambiente regolatorio, fare in modo che i regolamenti siano giusti, trasparenti e non infliggano un grado di incertezza superiore al dovuto ai datori di lavoro americani”. Si tratta, in sintesi, di far saltare i meccanismi che possano in qualche modo incentivare il “capitalismo di relazione” (“crony capitalism”): si va dal blocco di qualsiasi nuova regola vessatoria creata dalla Environmental Protection Agency alla cancellazione dei lacci e lacciuoli connessi alla riforma sanitaria di Obama, passando per una rivisitazione della legge di riforma finanziaria (Dodd-Frank law) che a torto avvantaggia le istituzioni finanziarie più potenti. “Terzo, dobbiamo mantenere le tasse basse e piantarla con un approccio all’imposizione fiscale che cambia ogni anno, in maniera che gli imprenditori abbiano l’incentivo a investire in America”. Infine, si conclude il manifesto di Ryan, “dobbiamo riportare la Federal Reserve (la Banca centrale americana, ndr) a rifocalizzarsi sulla stabilità dei prezzi invece che sullo stimolo monetario, cioè una nuova forma di salvataggio per gli errori di Washington”.